Il violento e incontrollabile metallaro del primo lungometraggio di Spencer Susser è una piacevole sorpresa e una dura sberla ai nostri “insuperabili” mali. Pellicola originale e sorprendente, cast super: da Joseph Gordon-Levitt a Natalie Portman
Forse di un Hesher ne avremmo bisogno tutti. Chi diavolo è Hesher? Immaginatevi di attraversare una piena “fase tuta” della vostra vita e che un capellone tatuato vi piombi in casa in slip per farsi una lavatrice e decida di non andarsene più. Violento, irreverente e completamente fuori controllo: questo è il protagonista della (originalissima) pellicola che segna il debutto con un lungometraggio del regista Spencer Susser.
“Hesher è stato qui”, in uscita il 3 febbraio, è la storia di un ragazzino di 13 anni (TJ) che si trova ad affrontare l’improvvisa perdita della madre e la straziante reazione del padre (tutto pigiama e barbiturici) di fronte a questo lutto. Il piccolo, interpretato da un bravissimo Davin Brochu, è costretto a crescere in fretta. A casa un papà incapace di farlo diventare uomo e l’anziana nonna, unico baluardo di un’esistenza che comunque deve andare avanti. Proprio nel momento in cui TJ ha sofferto talmente tanto da pensare di non aver più nulla da perdere, ecco arrivare Hesher. Joseph Gordon-Levitt (già protagonista di “500 giorni insieme”) veste i panni di questo personaggio che sfugge a qualunque definizione, costringendo lo spettatore alla continua e piacevole domanda: ma è buono o cattivo?
Troppo grande per TJ, troppo brutale: lo caccia continuamente nei guai, lo fa portare via dalla polizia, non lo aiuta con il bullo della scuola, lo mette in imbarazzo - e non solo - con la ragazza (niente di meno che Natalie Portman, sempre naturale e bellissima anche nei panni della “sfigata”) per cui il piccolo ha preso una cotta. Eppure Hesher è talmente violento che il tredicenne è costretto a provare di nuovo delle emozioni. Il metallaro-punkettone è l’unico capace di prendere a schiaffi il torpore della sua vita e quella di suo padre, e sarà l’unico a capire il valore della nonna, o meglio la “vecchia” come la chiama lui. Memorabile una chiacchierata sul letto con l’anziana, mentre i due si fumano marijuana da un “bong”. Così come memorabili saranno le metafore del maledetto Hesher: dalla storia del pitone e il topo fino al mono-testicolo.
Insomma un film da vedere perché mai scontato, a volte talmente duro con questo ragazzino che viene voglia portarlo in salvo fuori dallo schermo. Hesher, tutt’altro che un salvatore, riesce però a incarnare nel suo eccesso il rifiuto contro chi si crogiola nel proprio male, per quanto grande sia. Perché dove la ferita brucia nuova pelle si farà. Per questo di un Hesher ne avremo bisogno tutti. A 13 anni (TJ) per diventare grandi, a quaranta (il padre interpretato da Rainn Wilson) per dare una sberla alla depressione, a settanta (la nonna Piper Laurie) per fare una passeggiata che tutti ci negano e - perché no - cose magari mai fatte prima.
P.s.: provate a cercare “Hesher” su Google: in rete è scoppiata già una vera e propria mania per questo personaggio. Chissà questa cosa come lo farebbe “incazz…”.
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